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Lui & Lei

LA STORIA REALIZZATA


di Grande_Bruno
31.01.2026    |    1.341    |    2 9.5
"Il suo sguardo scivolò verso il basso, fissando la mia erezione e, con mia sorpresa, invece di gridare o scappare, allungò una mano tremante verso di me..."
Da quando sono andato in pensione, è riemersa una passione che fin da ragazzo esisteva in me, a volte irrefrenabile: scrivere. A volte passo interi pomeriggi chino su un notebook a scrivere, vivendo quello che la mia tastiera traccia sul monitor. Non sono e non mi sento Wilbur Smith o Stephen King, non è mai stato pubblicato nulla di mio, se non su siti internet. La causa potrebbe essere che scrivo racconti sul mio tema preferito: l’erotismo, erotismo spinto. Ma queste sono le storie che ho vissuto nella mia vita e che mi piace raccontare e scrivere.

Quando esco la mattina per fare un po' di movimento, porto sempre con me un blocco per annotare le ispirazioni da sviluppare appena possibile e, approfittando delle belle giornate, trascorro un paio d’ore nella pineta vicino alla mia abitazione. Seduto sulla mia panchina abituale vicino al chiosco, ho scoperto non solo un luogo tranquillo e piacevole, ma una vera fonte d’ispirazione. Molte donne, ignare, passando alla portata del mio sguardo, accendono in me i ricordi della gioventù ed a volte basta il loro modo di vestire o di camminare, i capelli o la voce, per rievocare le situazioni del passato.

Una mattina di una bella giornata di giugno del 2017, la mia attenzione si focalizzò su una donna in particolare. Forse perché sceglieva quasi sempre la panchina di fronte a quella che era diventata la mia, vicino al vecchio chiosco o forse per alcune sue curiose abitudini che lentamente catturarono la mia curiosità. Fisicamente non era certo il tipo che passava inosservata. Alta circa un metro e sessanta, ad occhio si poteva dire che portasse una taglia 44/46: capelli rossi e ricci, occhi verdi molto espressivi, anche se spesso nascosti dietro un paio di occhiali, oltre a un seno rigoglioso, che credo di aver notato tra le prime cose. Indossava quasi sempre un tailleur, di quelli che fasciano i fianchi generosi, evidenziando la vita stretta, con una gonna che si fermava appena sopra il ginocchio, lasciando immaginare la morbidezza delle cosce. Le scarpe con il tacco alto, completavano quella figura da segretaria di altri tempi, quell’immagine così stereotipata eppure così eccitante, capace di far viaggiare la memoria verso incontri proibiti in qualche ufficio deserto.

I primi tempi arrivava con un libro, si sedeva con le gambe accavallate sulla panchina e si immergeva nella lettura, isolandosi dal mondo reale come tutti i grandi lettori. Restava lì tranquilla per circa un’ora, cambiando di tanto in tanto la posizione delle gambe. Aspettavo quel momento con malcelata trepidazione, rallentando il ritmo della mia scrittura, sperando di approfondire la conoscenza delle sue gambe, ma il gesto era accuratamente studiato e casto. Improvvisamente, piegava un angolo della pagina e si alzava. Non mi rimaneva che seguirla con lo sguardo mentre si allontanava con quel suo incedere elegante, i fianchi che ondeggiavano ad ogni passo, il sedere rotondo e sodo che sembrava danzare sotto la gonna attillata, prima di ritornare a casa con la mente piena di quelle immagini. I giorni passavano ed io ne approfittavo per studiarla di tanto in tanto. La bella stagione si avvicinava e, man mano, la signora indossava abiti sempre più leggeri che lasciavano intravedere maggiormente le forme del suo corpo.

Notai che aveva cambiato una delle sue abitudini: ogni tanto sostituiva il libro con dei fogli, tipico formato A4 da ufficio, che leggeva con una irrequietezza sempre più crescente. Un giorno che la mia memoria faceva i capricci, decisi di dedicare un po’ più di attenzione a questa donna che mi affascinava sempre più. Per prima cosa, mi accorsi che stava leggendo i misteriosi fogli, accavallando le gambe molto più frequentemente, senza la solita attenzione, permettendo al mio sguardo di accedere dove mi era di solito vietato. Notai che li rilesse più volte. Ad un certo punto si alzò e scomparve, per tornare dopo parecchi minuti con un’aria strana, gli occhi lucidi e soddisfatti. La cosa iniziò a incuriosirmi molto, così la volta successiva che la vidi estrarre i fogli, feci solo finta di scrivere e studiai maggiormente il suo comportamento. Quando si alzò, la seguii, scoprendo che si nascondeva dietro il vecchio chiosco, riparata da una giungla di cespugli, invisibile alla vista di chiunque fosse nella pineta. Cosa facesse lì dietro e perché ci andasse, furono le due curiosità che guidarono le mie mosse successive.

La cosa più facile da scoprire fu cosa stesse leggendo. Quando uscì dal suo nascondiglio, la pedinai, scoprendo che gettava i fogli che aveva letto dentro un cestino. Dandole il tempo di allontanarsi, li recuperai infilandoli rapidamente nella mia cartelletta. Scoprii così che stava leggendo un racconto erotico: narrava l’incontro tra un piazzista ed una donna con il dubbio di non essere abbastanza focosa a letto. Nascosti in un boschetto, i due avevano ripetuti rapporti sessuali, descritti in maniera piuttosto minuziosa. Avevo scoperto cosa agitava tanto la mia signora, ma mi rimaneva da scoprire un ultimo mistero: cosa faceva nascosta dietro al chiosco? Il giorno dopo andai in perlustrazione, scoprendo che dietro al chiosco, c’era un gabbiotto che fungeva da magazzino. La porta era aperta e così malandata, che tra le assi che la componevano, c’era molto spazio. Da lì dentro, nascosto allo sguardo di tutti, potevo avere una visuale completa del retro del chiosco. Aspettai con ansia il giorno che la mia provocante signora arrivasse con una nuova storia, ma sembrava farlo apposta: arrivava sempre con il suo libro.

Finalmente, un venerdì, dopo essersi seduta sulla sua panchina, estrasse dalla borsa i fatidici fogli. Con aria indifferente mi alzai e, aggirato il chiosco, mi nascosi nel mio rifugio. Dopo quindici interminabili minuti lei arrivò, controllò di non poter essere vista e, con un gesto lento e sensuale, sollevò la gonna fino alla vita, rivelando le cosce morbide, fasciate da autoreggenti scure ed un minuscolo slip di pizzo. Si sedette sul vecchio sgabello abbandonato, le gambe leggermente divaricate ed iniziò a massaggiarsi il sesso attraverso il pizzo, con movimenti circolari sempre più intensi. Quando scostò la stoffa per toccarsi direttamente, potevo vedere l’umidità che già bagnava le sue dita. Con l’altra mano estrasse dalla borsetta un fallo di gomma che appoggiò sullo sgabello, sistemandolo in posizione verticale prima di calarsi lentamente su di esso.

Io ero ipnotizzato da quello spettacolo: gli occhi strabuzzati, la bocca spalancata, il respiro affannoso, il cuore che mi martellava nel petto e, soprattutto, un’erezione che pulsava dalla voglia di schizzare piacere. La mia eccitazione aumentò ulteriormente quando, con dita tremanti, iniziò a sbottonare la camicetta un bottone dopo l’altro. Abbassò le coppe del reggiseno liberando il seno rigoglioso, i capezzoli già turgidi che si portò alla bocca inarcando la schiena, leccandoli e mordendoli mentre continuava a cavalcare il dildo con un ritmo sempre più frenetico. Senza nemmeno accorgermene, avevo tirato fuori il mio cazzo iniziando a massaggiarlo con lo stesso ritmo dei suoi movimenti. La vidi inarcare la schiena, gli occhi che si rovesciavano all’indietro, mentre un orgasmo intenso le attraversava il corpo, facendola tremare. Si morse il labbro per non urlare, il suo corpo scosso da spasmi di piacere, mentre nello stesso istante venivo anche io, sognando di riempirle il viso con il mio sperma. Sollevò il dildo ancora lucido dei suoi umori e se lo portò alle labbra, leccandolo e succhiandolo con gli occhi chiusi prima di riporlo nella borsetta. Si alzò dallo sgabello e, dandomi le spalle, sollevò completamente la gonna per sistemarsi le autoreggenti e gli slip, offrendomi la vista del suo culo generoso e perfettamente tornito che sembrava quasi invitarmi a toccarlo. Infine, si ricompose e tornò alla sua panchina. Non mi era mai capitato di dovermi masturbare con la stessa esigenza. Quella donna mi aveva stravolto i sensi solo guardandola.

Restai nel gabbiotto con il cuore che rimbombava nel petto ed il cazzo che non voleva ammosciarsi nella mia mano, dandomi il tempo di riprendermi, nella speranza che lei non si accorgesse che l’avevo spiata. Tornai a casa ancora intontito, muovendomi come in trance, con la mente in un’altra dimensione, le immagini di lei che si masturbava che non mi davano tregua. Improvvisamente, la folgorazione: avrei scritto un racconto per lei. Sarebbe stato il mio personale omaggio e, allo stesso tempo, una grande sfida. Ero curioso, eccitato all’idea di scoprire se anche una mia storia sarebbe stata in grado di provocare in lei le stesse reazioni che avevo appena visto. Avevo due giorni per far dare a William, il personaggio del mio racconto, il meglio di sé. Domenica sera, mentre davo gli ultimi ritocchi alla storia, mi sentivo combattuto: soddisfatto del risultato ma terrorizzato all’idea di non superare la prova.

Ho passato una mattina d’inferno con lo sguardo che andava continuamente all’orologio e la testa alla storia, pensando a possibili miglioramenti dell’ultima ora. Ho stampato e messo la storia in una busta su cui ho scritto con un pennarello in stampatello: «UNA STORIA PER TE». Pensai, «Resterò sulla mia panchina fino a quando non inizierà a leggere, poi sgattaiolerò nel mio rifugio ad aspettarla». Era in ritardo o almeno così mi sembrava, ma arrivò. Indossava un tailleur primaverile color crema che esaltava la sua carnagione. La giacca, leggermente attillata, sottolineava il seno generoso, mentre la gonna, con una leggera svasatura che le permetteva di muoversi con eleganza, si fermava appena sopra al ginocchio evidenziando le sue curve generose. Fece per sedersi sulla panchina. Vide la busta. Temporeggiò, la prese in mano, la studiò e si avvicinò a me.

– “Ha visto chi ha lasciato questa busta?”, la guardai ed era bellissima,
– “quale busta?”, risposi, facendo finta di cadere dalle nuvole,
– “su quella panchina… ho trovato questa busta… non so…”,
– “mi spiace, non ho visto nulla… non saprei dirle…”, mi sorrise,
– “grazie lo stesso…”.

Il volto le si illuminò, tornò verso la panchina, si sedette, rigirò la busta tra le mani ed era indecisa. La aprì, spiegò i fogli ed iniziò a leggerli, fermandosi e guardandosi attorno, quasi cercasse chi avesse lasciato la busta. Se sapesse: ricominciò a leggere e vidi una certa agitazione crescere in lei. Il respiro che si faceva più veloce, le guance che si colorarono leggermente ed il mio cazzo che pulsava nei pantaloni, vedendola così eccitata dalla mia storia. Cercando di mantenere un atteggiamento indifferente, raggiunsi la mia postazione. Mi chiusi dentro ed aspettai. Il cuore mi batteva, non so se per l’agitazione o l’eccitazione, provocandomi la tachicardia.

Finalmente arrivò: alzò la gonna come se sapesse dov’ero e volesse offrirmi uno spettacolo. Sollevò la gonna con mani tremanti di eccitazione, scoprendo le sue cosce morbide, nude e mettendo in mostra un ridottissimo slip di pizzo nero che non nascondeva praticamente nulla. Chiuse gli occhi, allargò maggiormente le gambe ed iniziò ad accarezzarsi attraverso la stoffa sottilissima, gemendo piano. Non resistette a lungo: scostò il pizzo con due dita ed iniziò a massaggiarsi il clitoride con movimenti circolari sempre più veloci. La sua figa era già così bagnata, che le dita scivolano facilmente dentro e fuori mentre, con l’altra mano, si slacciò la camicetta. I suoi gemiti si fecero più intensi quando liberò il seno dal reggiseno di pizzo coordinato ed iniziò a pizzicarsi i capezzoli già turgidi.

La vista del suo piacere mi fece impazzire, soprattutto sapendo che era la mia storia a provocarlo. Mi costrinsi a rallentare i movimenti della mano sul mio cazzo duro, non volevo venire troppo presto. La osservavo mentre estraeva dalla borsetta il suo dildo e, appoggiandolo su una vecchia cassetta, proprio davanti alla porta del gabbiotto, si posizionò sopra di esso. Il modo in cui si mordeva il labbro mentre se lo spingeva dentro il culo, mi faceva quasi perdere il controllo. Con la mente corsi alla mia storia, alla scena che stava ricreando fedelmente davanti ai miei occhi e persi di nuovo il controllo della mia mano, sentendo un nuovo tipo di eccitazione crescere.

La chiusura della porta cedette all’improvviso. Mi ritrovai catapultato in avanti, barcollando con i pantaloni alle caviglie ed il cazzo duro in mano. Lei mi fissò con occhi spalancati dalla sorpresa e dalla vergogna, il dildo ancora piantato nel culo, i seni oscenamente in mostra, la fica gocciolante e le guance arrossate. I nostri sguardi si incrociarono, carichi di imbarazzo ed eccitazione. Per un istante il tempo sembrò fermarsi. Il suo sguardo scivolò verso il basso, fissando la mia erezione e, con mia sorpresa, invece di gridare o scappare, allungò una mano tremante verso di me. Le sue dita accarezzarono la mia verga, provocandomi brividi intensi, facendo vibrare la mia carne come la bacchetta di un rabdomante. Mi avvicinai con la speranza che qualcosa accadesse e lei si sporse in avanti, il calore umido delle sue labbra che mi avvolgevano la cappella mi confermò che non era un sogno. Un gemito sfuggì dalle mie labbra mentre la sua lingua iniziava ad esplorare, le sue labbra a succhiare con sempre maggiore intensità, il mio cazzo nella sua bocca.

– “È tua la storia, vero?”, sussurrò, prendendosi una breve pausa e guardandomi dal basso con occhi che brillavano di malizia. Non riuscii a rispondere, perso nelle variopinte sensazioni che la sua bocca riusciva a farmi provare. “È tua la storia, vero?”, mi chiese nuovamente, un momento prima che le sue mani mi afferrarono le natiche, spingendomi più a fondo nella sua gola. Il piacere era così intenso che dovevo sforzarmi per non venire subito. “È tua la storia, vero?”, chiese ancora. Capiva il mio stato e giocava a tenermi lì, sul limite, pronto a sborrare senza riuscire e lo faceva accarezzando, leccando, baciando, succhiando, ogni parte del mio sesso, non c’era un millimetro che non era ricoperto della sua saliva. In quel momento mi resi conto che, se non rispondevo a quella domanda, lei avrebbe continuato a non concedermi quel piacere o addirittura avrebbe potuto andarsene lasciandomi in quello stato.
– “Sì, l’ho scritta io…”, stentai a riconoscere la mia voce che in questo momento era quasi supplichevole.

Solo allora lei accelerò, si aggrappò alle mie natiche per spingermi più a fondo nella sua gola. Avrei voluto urlare, ma non potevo, eravamo nella pineta. Le afferrai la testa e la sentii stringere maggiormente le labbra attorno alla mia dura carne. Bastarono pochi secondi, poche altre spinte per farmi grugnire come un animale mentre sborravo abbondantemente nella sua bocca. Lei non lasciò la presa. Bevve tutto e continuò a pompare ed a guardarmi con quegli occhi che implorano piacere. Fu tutto così bello ed eccitante, che avevo il cazzo ancora duro, come se non fossi venuto.

Lo ripulì tutto con cura, poi si alzò, mi guardò con una maliziosa aria di sfida mentre si puliva qualche residuo di sperma dalle labbra, mi baciò e mi sussurrò: «Fammi quello che hai scritto nella storia”, poi si girò, si appoggiò alla cassetta e, sollevando completamente la gonna, mi offrì la vista del suo culo perfetto. Mi inginocchiai dietro di lei, incapace di resistere alla tentazione. Le mani afferrano quelle fantastiche chiappe, le aprii, esponendo il succoso frutto che era la sua figa. Iniziai a leccarla, assaporando il suo sapore, infilando la lingua in profondità, per poi risalire verso il suo ano, già dilatato dal dildo, strappandole gemiti più intensi. Le infilai due dita nella figa, mentre continuavo a leccarla, sentendola contrarsi di piacere.

«Ti prego», sussurrò con voce rotta dall’eccitazione, «scopami come nella storia». Non me lo feci ripetere, mi alzai, posizionandomi dietro di lei, una mano afferrò la gonna, mentre con l’altra, puntai deciso il mio glande contro l’ano. La mia mente tornò a quello che William stava facendo nella storia e, senza pensare, spinsi deciso, anche con il desiderio di soddisfare la sua richiesta. Il gemito soffocato che le sfuggì dalle labbra era chiaramente un mix di dolore e piacere. Mi fermai solo per un secondo, per capire cosa stesse succedendo, ma fu lei a muoversi, a cercarmi. Allora sentii nuovamente il sangue di William scorrere nelle mie vene. Le schiaffeggiai il sedere e spinsi, forte, con decisione, penetrandola completamente. Lei emise dei gemiti, ma la storia scorreva nella mia testa, mi allungai su di lei, le afferrai i grandi seni e li strizzai con forza mentre non smettevo di stantuffarle il culo. Ci fu un momento che mi sembrò di dissociarmi, come quando scrivo e vedere da un punto di vista fuori della scena, William che scopava selvaggiamente questa donna nel culo in quell’anfratto della pineta.

Dalla sua bocca uscì un suono strano. Sembrò provenire dal suo punto più profondo. Iniziai a capire: «Sì… sì… sì… godo… oddio godo… non ti fermare…». Non avrei potuto fermarmi nemmeno se avessi voluto, anzi cercai di aumentare le spinte. Le sue parole ebbero l’effetto di mandarmi in orbita e, nel momento in cui il mio seme le riempì le viscere, il suo corpo si scosse in un orgasmo travolgente. Schizzi del suo intenso piacere, bagnarono la mia camicia ed i miei pantaloni.

La testa mi girava e anche lei sembrava provata. Ci volle qualche istante prima che riuscissi, con rammarico, a sfilarmi da quel culo paradisiaco. Anche lei lentamente si mosse, iniziammo a ricomporci, mentre tornò anche un alone di imbarazzo. Inaspettatamente, lei si avvicinò e mi baciò con passione. Per la prima volta notai quanto erano morbide le sue labbra. Si staccò da me con un sorriso malizioso, si chinò e prese in bocca il mio cazzo ancora umido, leccandolo e pulendolo con cura meticolosa.

Le campane della chiesa vicina suonarono, rompendo l’incantesimo. Lei si sistemò velocemente i vestiti, ma prima di sparire tra i cespugli, si voltò verso di me con un sorriso malizioso: «La prossima volta…», sussurrò, accarezzandomi una guancia, «…voglio leggere cosa succede dopo». Mi lasciò lì, stordito e con i pantaloni ancora alle caviglie, la mente che già correva veloce ad immaginare nuove storie per lei. Mi rivestii in fretta, conscio di essere tremendamente in ritardo per tornare a casa, ma con la certezza che quello era solo l’inizio di una serie di incontri proibiti nella pineta e che non mancherò di raccontare.

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